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Saint Andrews


Club House dell'Old Golf Course di St Andrews
Road Hole a St. Andrews
Sul campo dove il golf è nato, la mitica “17th” è senza dubbio la più famosa. Non potevamo perciò che partire da lei alla scoperta delle buche che, nei cinque continenti, fanno sognare gli innamorati del golf (di Fulvio Golob - Foto Golob e Getty Images) dalla rivista GOLF&TURISMO.

Fu amore a prima vista. Quando la macchina mi depositò per la prima volta davanti all’ingresso dell’Old Course Hotel, ero emozionato come un bambino. Sapevo che dietro quello splendido albergo c’erano i percorsi di St. Andrews, tutti da scoprire. La grande spianata con la 1 e la 18 dell’Old Course, l’inconfondibile club house, il ponte in pietra sullo Swilcan Burn, l’Hell Bunker, la Road Hole... Quante volte avevo già visto tutto questo su riviste, in foto o alla televisione? Ma “dal vivo”, quale sarebbe stato l’impatto? In fondo era un po’ come andare al cinema dopo aver letto dieci volte il libro servito per la sceneggiatura: c’era il rischio di restare delusi. Lo stesso succede spesso quando si sente decantare fino alla noia le meraviglie di uno spettacolo, di una vacanza, di una mostra. E a me, le lodi di St. Andrews erano piovute addosso da tutte le parti, da quando avevo messo piede in redazione, a Golf & Turismo. Uscendo dal pro shop dell’hotel, mi sono ritrovato immerso in una distesa ondulata e verde, che a pochi passi di distanza risaliva fino al green della 17. Da qui poi volava verso la club house, ritagliata sullo sfondo, mentre l’Old Course si placava ai suoi piedi. A sinistra il mare, a destra la Lions Road e le sue case con i vetri segnati dagli slice più furenti, scagliati dal tee della 18. Una visione indimenticabile. E, come dicevo, fu subito amore. Da allora, sono tornato ogni anno a St. Andrews per godere di quell’aria frizzante, per rasserenare occhi e spirito sul verde dei links, per respirare il golf che da queste parti sa di naturale quotidianità come il pane fresco al mattino. E fin da oggi conto i giorni per il prossimo viaggio verso la Scozia e St. Andrews, stavolta nobilitato dalla possibilità di assistere, nel prossimo luglio, alla gara delle gare: l’Open Championship. Da questo numero Golf & Turismo, con l’appassionato contributo di Audi, vi presenterà alcune fra le più celebri buche del mondo, in un servizio ricco di immagini e con un’impaginazione speciale, come potrete verificare nelle pagine successive. Ci è sembrato inevitabile partire da dove il golf ha avuto inizio - St. Andrews e il suo percorso più antico, l’Old Course - e, altrettanto inevitabile, la scelta è poi caduta su quella che gli inglesi definiscono “the (in)famous 17th”, ovvero la famosa (ma infame) buca 17. E dato che sull’Old Course tutte le buche hanno un nome, dalla “Swilcan Burn” (1) alla “Tom Morris” (18), ci sembra giusto presentarvela subito con il suo. Per tutti, è la “Road Hole”, la buca della strada, che ha visto spesso sogni di vittoria infranti a un passo dal traguardo, con il contraltare dei grandi recuperi di chi riusciva a uscirne indenne. Fare birdie qui non è facile, mentre sono molto frequenti pesanti bogey: più di un fuoriclasse alla 17 ha dovuto pagare determinanti pedaggi, trovandosi addirittura con tre o quattro colpi sopra par segnati sullo score. Forse nessun’altra buca al mondo è così “innocente” dopo un esame superficiale, mentre invece nasconde tanti trabocchetti che possono portare a un irrecuperabile disastro. La “Road” (421 metri, par 4) parte dietro l’angolo dell’Old Course Hotel e la scomoda presenza dell’albergo, su linee di tiro “destrorse”, crea non pochi imbarazzi ai giocatori meno dotati di self control. Ne sono la prova numerose palline che finiscono sui tetti o in una fontana dell’hotel e che fanno bella mostra di sé davanti ai clienti del Road Hole Grill, magnifica sala di colazione e ristorante in cima all’albergo, da cui si gode una spettacolare vista aerea su tutti i percorsi di St. Andrews. Con il primo colpo, i meno dotati si terranno sulla sinistra del fairway (rischiando però un rough davvero poco amichevole), mentre chi sa di poter gestire un drive preciso può sorvolare l’angolo dell’albergo che entra in gioco. Come suggeriscono gli straordinari caddie di St. Andrews, bisogna prendere la mira fra le parole “Course” e “Hotel” che compaiono su un basso fabbricato (la scritta completa sul muro è “St. Andrews Old Course Hotel”). Se il colpo è corretto, e sufficientemente lungo, si riesce ad atterrare in fairway, lasciandosi alle spalle l’incubo dell’albergo. A quel punto, i campioni si dedicano a un ferro intermedio, per attaccare uno dei green più insidiosi che esistano. Gli ostacoli sono il bunker frontale (piccolo, alto e cattivissimo, rifatto di recente e quasi al centro del green), la strada che dà il nome alla buca e il muro che la costeggia. Nel minuscolo e terribile “Road Bunker” sono svaniti molti sogni di gloria, perché una volta caduti nella trappola è davvero dura uscirne. Se si finisce sotto sponda (in “mattoni” fatti con le zolle), può essere indispensabile giocare all’indietro o di lato e non verso la bandiera. Sempre sperando di venirne fuori... E se invece si finisce lunghi o si va a destra, ecco la celebre “Road” pronta ad accogliere la palla. Una posizione scomoda per l’approccio e anche per questo i campioni provano e riprovano il pitch proprio dalla strada, riuscendo a volte in recuperi straordinari (indimenticabile quello di Costantino Rocca, nel 1995). Però può andare peggio perché, se la palla rimbalza o si mette a correre sul terreno duro, la aspetta il muro di recinzione. E a quel punto sono davvero dolori. Ma anche raggiungere il green non significa mettersi al riparo delle sorprese. Con le sue sinuosità diaboliche, non è raro che riesca a strappare i tre putt anche ai fuoriclasse. Terribile a questo proposito la débacle del giapponese Nakajima, nell’Open del ’75. Arrivato in due in green, tentò un putt per aggirare la “corona” sopra il bunker. Invece ci finì dentro e chiuse drammaticamente in nove colpi. Anche per questo, alcuni ricordano il “Road Bunker” come “la sabbia di Nakajima”. Se vi capiterà si giocare sull’Old Course - cosa che vi auguriamo di tutto cuore - ricordatevi perciò di apprezzare in modo speciale il rumore della palla quando, alla 17, finirà in buca. O “in the cup”, come dicono da queste parti.

La guida


Tutti i golfisti sapranno certamente dove si trova “il” campo da golf per eccellenza (“The House of Golf” per i britannici), ma una ripassatina per chi non bazzica solitamente questi luoghi fantastici è d’obbligo. La località di St. Andrews si trova a poco più di un’ora di macchina dalla capitale scozzese, Edinburgo, sul litorale denominato Firth of Fife, dal nome della contea. La penisola di St. Andrews conta, a poca distanza gli uni dagli altri, un totale di 9 campi da golf: sei fanno storicamente parte del Royal & Ancient Golf Club of St. Andrews, uno è “The Duke’s” (a cinque minuti di distanza dagli altri e appartenente all’Old Course Hotel) e due sono percorsi a 18 buche recentemente inaugurati, a soli dieci minuti di tragitto e all’interno del St. Andrews Bay Golf Club. Ma sono i sei links della penisola di St. Andrews a rappresentare la vera forza di attrazione – e a ragione – per ogni golfista che si rispetti. Si parte dall’Old Course, nato nel 1754, il campo su cui è più difficile giocare e il cui accesso è curiosamente legato ad una lotteria, un “ballot” ad estrazione: la sera prima, intorno alle 5, vengono estratti i nomi dei fortunati giocatori. Gli esclusi guadagnano però “punti” nella lista e, nel giro di un paio di giorni, di solito la loro pazienza viene premiata. La domenica, però, è un giorno speciale. Sull’Old Course non si gioca e, visto che il percorso è senza recinzioni, si trasforma in giardino pubblico, aperto ai visitatori per piacevoli passeggiate in un panorama mozzafiato. Fra le poche eccezioni la finale dell’Open, che si disputa rigorosamente di domenica e che qui è stata giocata il maggior numero di volte (26). Gli altri links sono il New Course, il Jubilee, l’Eden, lo Strathtyrum e il Balgove (un nove buche per giovani e principianti). L’offerta di quest’area di Scozia è dunque molto vasta, con ben nove percorsi differenti nella sola St. Andrews e una densità di campi da golf invidiata da mezzo mondo. Dal sito ufficiale del club (www.standrews.org.uk), vediamo i green fee per il 2005-2006: dal 1/4 al 17/4 e dal 17/10 al 31/10, in sterline: Old Course 80, New Course e Jubilee 39, Eden 23, Strathtyrum 16 (per under 16: Old 80, New e Jubilee 19, Eden 11 e Strathtyrum 8). In alta stagione (dal 18 aprile al 16 ottobre), gli adulti pagano all’Old Course 115 sterline, al New Course e al Jubilee 55, all’Eden 33, al Strathtyrum 22 e al Balgove 10 (under 16: Old 115, New e Jubilee 27, Eden 16, Strathtyrum 11 e Balgove 6). Per giocare su tutti i campi in 7 giorni (Old Course escluso), si pagano in alta stagione 250 sterline, nei quindici giorni di aprile e ottobre 90.

Lo score



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